Api

L’APE:

L’Apis mellifera, diffusa in tutti i continenti ad esclusione delle zone artiche ed antartiche, è l’unica conosciuta in Europa. L’Apis dorsata risiede in particolar modo in India e nel sud est asiatico, non è una specie domestica, ha la particolarità di costruire il favo aperto ed è di dimensioni ragguardevoli, tanto da meritarsi il nome di ape gigante dell’India. Nelle stesse zone prolifera l’Apis cerana, di dimensioni però più contenute, che ha il suo habitat in Medio ed Estremo Oriente.

Le api muoiono per varie cause, non sempre del tutto identificate: cause ambientali, mutamento climatico, la varroa e altri antagonisti naturali, l’uso indiscriminato dei pesticidi. Gli alveari si spopolano per il fenomeno del CCD (Colony Collapse Disorder). In vari paesi, i regolamenti fitosanitari e le autorizzazioni all’uso dei fitofarmaci impongono, da decenni, vincoli ai trattamenti fitoiatrici al fine di tutelare l’attività delle api e degli insetti pronubi in generale. Uno dei vincoli di maggiore ricorrenza per molti principi attivi è il divieto di eseguire trattamenti, anche non insetticidi, nel corso della fioritura.

Famosa la frase attribuita da alcuni ad Albert Einstein (ma di cui si ignora la vera origine), che avrebbe detto:

« Se le api si estinguessero, all’uomo resterebbero 4 anni di vita »

Ape regina:

L’ape regina è un individuo adulto, fertile, femminile della colonia d’api; è normalmente la madre di tutte le api presenti nell’alveare. La regina si sviluppa da una larva selezionata dalle Api operaie e nutrita con pappa reale al fine di renderla sessualmente matura. In situazioni ordinarie, all’interno della famiglia d’api è, quindi, l’unico individuo fertile.

Fuco:

Il fuco, chiamato anche pecchione, è il maschio dell’ape domestica. Nasce da uova non fecondate di ape regina feconda o vergine o dalle uova deposte da api figliatrici. Il suo corpo è grosso e coperto di peli; la ligula è corta per cui non può bottinare, ma solo assorbire il miele dai favi e deve essere nutrito di polline dalle operaie; non possiede pungiglione. In realtà, l’immagine del fuco inoperoso ed ozioso, è stata del tutto superata da recenti ricerche di alcuni ricercatori, tra gli altri il dr Felicioli dell’Università di Pisa, facoltà di veterinaria. Il fuco collabora all’allevamento delle larve, scaldando la covata con il calore prodotto dal proprio corpo, liberando quindi delle operaie per altre mansioni. Non è in grado di bottinare, ma opera la trofallassi (lo scambio del nettare da un insetto all’altro) concorrendo come le operaie a questa importante funzione; ha un suo corredo ferormonale, anche se non è ancora ben chiaro il suo scopo. In ultimo, le larve della covata maschile attirano fortemente le femmine di Varroa destructor (l’acaro nemico numero uno degli alveari); attirando su di sé i parassiti, si alleggerisce in qualche modo il danno apportato dallo stesso alla covata femminile di operaie.

Ape operaia:

L’ape operaia è l’individuo non fertile di sesso femminile di una famiglia di api.

Ogni alveare contiene da 30.000 a 80.000 individui che nella quasi totalità sono api operaie.

Le operaie sono femmine più piccole dell’ape regina ed i loro apparati riproduttori sono presenti seppur atrofizzati e solamente in alcuni casi a causa di orfanità sono in grado di deporre uova aploidi dalle quali nasceranno gli individui più piccoli rispetto a quelli delle uova della regina.

Dal momento della deposizione dell’uovo fecondato, ci vogliono 21 giorni affinché nasca l’ape operaia. Le uova resistono per 3 giorni, quindi si schiudono e ne vien fuori una larva cieca che sarà alimentata per i primi tre giorni con pappa reale. Dal 3º giorno le larve si nutrono di un miscuglio di pollinee miele, il cosiddetto “pane delle api”, per altri 3 giorni e poi si chiudono nella cella per eseguire la metamorfosi. L’ape, quando nasce, è piccola, pelosa, bianchiccia, maldestra e inoffensiva.

Gli insetti, nella loro fase adulta vivono una vita breve, che si limita ad una determinata epoca dell’anno, normalmente la primavera o l’estate: normalmente vivono una media di 30-40 giorni. In autunno e in inverno le operaie vivono fino a 180 giorni.

Ciononostante, le api sono più longeve rispetto ad altri insetti, la durata della loro vita dipende da fattori come il sesso e l’attività svolta.

Nell l’arco della loro vita, le api operaie compiono diversi compiti secondo la loro età, fino ai 21 giorni non escono dall’alveare e realizzano differenti funzioni:

  • pulitrici: si occupano di mantenere puliti i favi e tutto l’alveare;
  • nutrici: cominciano a produrre le loro ghiandole ipofaringee produttrici di pappa reale;
  • produttrici della cera: sviluppano le ghiandole produttrici di cera e costruiscono i favi;
  • immagazzinatrici: sono quelle che ricevono il cibo dalle bottinatrici e lo collocano nei favi;
  • guardiane: sorvegliano la porticina di ingresso dell’alveare affinché non entrino operaie di altri alveari;
  • ventilatrici: generano una corrente d’aria per deidratare il nettare.

Dopo i 21 giorni si atrofizzano le ghiandole cerigene e per questo escono dall’alveare divenendo bottinatrici compiendo le seguenti funzioni:

  • raccoglitrici di nettare.
  • raccoglitrici di polline.
  • raccoglitrici di propoli.
  • raccoglitrici di acqua.

Questo ciclo non è identico per tutte le api, come ci sono api che arrivano a bottinare senza avere realizzato le attività su menzionate. Alcune sembrano maturare prematuramente, come altre possono in determinate condizioni, ringiovanire.

Le operaie hanno diverse caratteristiche specifiche: sono più piccole rispetto agli altri componenti dell’alveare e il loro addome è più corto. Inoltre le diverse parti dell’apparato boccale sono molto sviluppate con una ligula molto larga che le permette di prendere il nettare che immagazzinano nella borsa melaria per trasportarlo nell’alveare.

Hanno una vista molto sviluppata che serve loro per la raccolta, la localizzazione, ecc. Nelle zampe posteriori hanno una modifica chiamata corbicula (cestello) che permette loro di trasportare il polline e il propoli (resina della pianta). Essa è munita di una spazzola dove vengono raccolti i grani di polline: quando la spazzola è piena, il polline viene messo nel cestello per essere trasportato all’alveare.

 

MIELE

Il miele è un alimento prodotto dalle api (e, in misura minore, dalle vespe). Viene prodotto a partire dal nettare e dalla melata. La melata è prodotta da vari Omotteri, fitomizi, i cui escrementi zuccherini sono la base alimentare per numerosi insetti.


Il miele è prodotto dall’ape sulla base di sostanze zuccherine che essa raccoglie in natura.
Le principali fonti di approvvigionamento sono il nettare, che è prodotto dalle piante da fiori (angiosperme), e la melata, che è un derivato della linfa degli alberi, prodotta da alcuni insetti succhiatori come la metcalfa, che trasformano la linfa delle piante trattenendone l’azoto ed espellendo il liquido in eccesso ricco di zuccheri.
Per le piante, il nettare serve ad attirare vari insetti impollinatori, allo scopo di assicurare la fecondazione dei fiori. A seconda della loro anatomia, e in particolare della lunghezza della proboscide (tecnicamente detta ligula), le api domestiche possono raccogliere il nettare solo da alcuni fiori, che sono detti appunto melliferi.
La composizione dei nettari varia secondo le piante che li producono. Sono comunque tutti composti principalmente da glucidi, come saccarosio, glucosio e fruttosio, e acqua.
Il loro tenore d’acqua può essere importante, e può arrivare fino al 90%.
La produzione del miele comincia nell’ingluvie dell’ape operaia (la cosiddetta borsa melaria), durante il suo volo di ritorno verso l’alveare. Nell’ingluvie si aggiunge al nettare l’invertasi, un enzima che ha la proprietà di idrolizzare il saccarosio in glucosio e fruttosio.
Giunta nell’alveare, l’ape rigurgita il nettare, ricco d’acqua, che deve poi essere disidradato per assicurarne la conservazione.
A questo scopo, le api bottinatrici lo depongono in strati sottili sulla parete delle celle. Le api operaie ventilatrici mantengono nell’alveare una corrente d’aria che provoca l’evaporazione dell’acqua. Quando questa è ridotta ad una percentuale dal 17 al 22%, il miele è maturo. Viene quindi immagazzinato in altre cellette che, una volta piene, saranno sigillate (opercolate).
I principali componenti del miele sono:
Glucosio
Fruttosio
Acqua
Polline
Zuccheri ed Apporto Calorico 
Gli zuccheri sono presenti in quantità variabile ma in media intorno al 72%. Di questi, i monosaccaridi fruttosio e glucosio passano da circa il 70% nei mieli di melata fino ad avvicinarsi molto al 100% in alcuni mieli di nettare. Tranne pochi casi, il fruttosio è sempre lo zucchero più rappresentato nel miele. La presenza di fruttosio dona al miele un potere dolcificante superiore allo zucchero raffinato ma anche una fonte di energia che il nostro organismo può sfruttare più a lungo. Infatti, per essere utilizzato, deve essere prima trasformato in glucosio e, quindi in glicogeno, il “carburante” dei nostri muscoli. Il miele è dunque consigliabile agli atleti prima di iniziare un’attività fisica, grazie anche all’apporto calorico di circa 300 calorie per 100 grammi. . Lo zucchero raffinato, rispetto al miele, contiene invece saccarosio, che è un disaccaride, ed è inoltre privo di vitamine ed oligoelementi.
Oligoelementi 
Nel miele esiste una discreta presenza di oligoelementi quali metalli (rame, ferro, iodio, manganese, silicio, cromo, presenti soprattutto nei mieli più scuri), vitamine (A,E,K,C, complesso B), enzimi e sostanze battericide (acido formico) ed antibiotiche (germicidina): queste ultima categorie di sostanze permettono in particolare al miele di essere conservato a lungo, e ne giustificano l’utilizzo come disinfettante naturale.
Grazie alle qualità di antibatterico naturale, il miele è un alimento che naturalmente ha una lunga conservazione. Tuttavia, sono possibili alcune alterazioni dovute principalmente a:
Umidità
Luce
Calore
L’umidità favorisce la fermentazione, che pur alterando il miele, può essere utilizzata per produrre l’idromele. La temperatura invece influenza direttamente l’aroma e i principi nutritivi: mentre al di sotto dei 10° Celsius è trascurabile (anzi, per evitare la cristallizzazione si può conservare il miele a temperature al di sotto dello zero), due mesi a 30° degradano il miele come un anno e mezzo a 20°. Analogo discorso vale per la luce diretta, quindi è opportuno conservare il miele in recipienti scuri o al chiuso. Inoltre, essendo igroscopico, il miele tende ad assorbire l’umidità e gli odori dell’ambiente, quindi i contenitori dovrebbero essere a chiusura ermetica.
La degradazione dello zucchero fruttosio, sia col tempo, sia in seguito a trattamento termico, genera idrossimetilfurfurale (HMF). Dato che l’HMF è praticamente assente nei mieli freschi, il suo valore, solitamente indicato in mg per kg (ppm) è un indicatore della buona conservazione e del tipo di lavorazione del miele. Il limite imposto dalla legge italiana è di 40 mg/kg. Nei mieli industriali, che sono sempre “liquidi”, l’HMF è molto spesso vicino, se non pari a tale valore.


PAPPA REALE

La pappa reale è uno dei prodotti più pregiati degli alveari. È una secrezione prodotta dalle ghiandole ipofaringee e mascellari delle api nutrici e viene utilizzata dalle api come nutrimento per le larve (fino a tre giorni di età) e per l’ape regina (per tutta la vita). Le larve alimentate con la pappa reale diventano regine ed è per questo che viene ritenuta un alimento nobile.

 

La pappa reale viene prodotta stimolando le famiglie di Apis mellifera in arnie a favi mobili a produrre celle reali, dove viene poi raccolta da ogni cella quando la larva ha all’incirca tre-quattro giorni di età.
Un alveare ben condotto può produrre nei cinque sei-mesi della stagione estiva circa 500 g di prodotto che essendo facilmente deperibile deve immediatamente essere ricoverato in un contenitore freddo.

È importante consumarla fresca per conservare le sue proprietà. Perché sia consumata fresca bisogna che sia rispettata la catena del freddo altrimenti viene commercializzata anche in forma liofilizzata. Si calcola che nel 2005 l’Italia abbia prodotto solo il 3% del proprio fabbisogno, il restante 97 % viene importato solitamente dai paesi asiatici dove il costo della manodopera è notevolmente più basso. Il costo della manodopera è il maggiore responsabile del costo elevato. È un alimento con caratteristiche nutrizionali molto particolari fra i prodotti naturali, e viene commercializzato come variante particolarmente nutriente e benefica del miele.

In Europa, ai sensi del regolamento 2377/90, non sono previsti limiti residuali di antibiotici nei mieli e nella pappa reale che pertanto devono considerarsi vietati negli alveari in produzione. Sono invece ammessi in alcuni paesi (Italia esclusa) per la cura di alcune patologie quali la peste americana e la peste europea. In molti stati extraeuropei ne è consentito l’uso sistematico per la prevenzione delle medesime patologie. In particolare negli Stati Uniti è frequente l’uso di tetracicline e dei sulfamidici (sulfatiazolo). In altri stati, quali la Cina sono frequenti le contaminazioni con il cloramfenicolo, classificato tossico per l’uomo. La globalizzazione sta inoltre portando a frequenti episodi di contaminazione con cloramfenicolo dei mieli europei dovuti alle triangolazioni del mercato.

 

POLLINE

Polline (o microspora o granulo pollinico) – Termine della botanica che indica, nelle piante che si riproducono attraverso un seme, l’insieme dei gametofiti maschili immaturi che si presentano sotto forma di una polverina di colore giallo ed è composto da 3 cellule aploidi, una che formerà il tubetto pollinico e le altre due che saranno direttamente coinvolte nel processo riproduttivo.


Il granulo pollinico è la microspora delle Gimnosperme e delle Angiosperme la cui funzione è la fecondazione. Le dimensioni dei granuli maturi sono molto variabili da 250 micron (Cucurbita) a 5 micron (Myosotis). Il granulo pollinico o microspora ha parete spessa, formata in prevalenza da sostanze altamente resistenti agli agenti chimici e fisici: le sporopollenine, polimeri di carotenoidi. Il polline è caratterizzato da uno strato protettivo composto da due pareti la cui parte esterna viene detta esina, composta da sporopollenina, sostanza prodotta dalle cellule che foderano la parte interna delle antere. L’esina è costituita da sporopollenine che rendono i granuli molto resistenti. L’intina è formata da polisaccaridi. La parte più esterna dell’esina, la sexina, è formata da columellae che sorreggono un tectum. La parte più esterna dell’esina può presentare strutture, disegni e ornamentazioni diverse. Sull’esina, sui pori e sull’intina sono presenti anche enzimi, proteine e glicoproteine che servono al granulo per farsi riconoscere dalla parte femminile del fiore. A proteine e a glicoproteine sono imputabili i fenomeni allergenici.
Nelle Angiosperme il polline è contenuto nell’antera, la parte fertile dello stame, all’interno di un fiore.
I granuli pollinici si originano per meiosi e successive mitosi dalle cellule madri situate nelle antere le quali germinano quattro granelli di polline dalla forma variabile: ve ne sono di sferici, ovoidali, vermiformi e poliedrici. Anche il colore può cambiare, pur mantenendo quasi sempre le varietà del giallo; se ne possono trovare anche di colore rossiccio, bruno, talvolta bianco e azzurro-verdastro.
Nelle Angiosperme la morfologia del polline è estremamente varia; si utilizzano le seguenti terminologie:
Monadi se i granuli sono singoli
Diadi se i granuli sono a gruppi di 2
Tetradi se i granuli sono a gruppi di 4
Poliadi se i granuli sono riuniti in massule
Le aperture dei pollini possono essere di forma differente:
pollini colpati se le aperture hanno forma di fessura
pollini porati se le aperture sono isodiametriche
pollini colpoporati se sono presenti entrambi i tipi di aperture
Il polline di alcune famiglie di piante se giunge a contatto con le mucose dell’apparato respiratorio può scatenare, in persone predisposte, fastidiose e dannose forme allergiche.


PROPOLI

La pròpoli è una sostanza resinosa che le api raccolgono dalle gemme e dalla corteccia delle piante. Si tratta quindi di una sostanza di origine prettamente vegetale anche se le api, dopo il raccolto, la elaborano con l’aggiunta di cera, polline ed enzimi prodotti dalle api stesse. Il colore può variare moltissimo nelle tonalità del giallo, del rosso, del marrone e del nero. L’odore è fortemente aromatico.

Il nome propoli, che può essere utilizzato sia al maschile (il propoli) che al femminile (la propoli), deriva dal greco πρόπολη: pro (προ, davanti) e polis (πόλις, città), ovvero “davanti alla città”. La parola, in senso figurato, assume il significato di difensore della città. Il termine è stato usato da Plinio il vecchio nella sua Naturalis historia e da Aristotele. Le api, infatti, lo utilizzano per difendere la loro città (l’alveare) dai pericoli che possono minacciarla: le malattie, i predatori. Vedi paragrafo Utilizzo da parte dell’ape.

La propoli ha proprietà
antibiotiche  (batteriostatiche e battericide)
anti-infiammatorie 
antimicotiche 
antiossidanti ed anti-irrancidenti
antivirali 
anestetiche 
cicatrizzanti 
antisettiche
immunostimolanti
vasoprotettive
antitumorali
La proprietà di maggiore rilievo consiste nell’avere tutte le proprietà sopra indicate concentrate insieme in un unico prodotto di origine naturale.
Origine 

Propoli in un alveare
Esistono diverse teorie sull’origine della propoli. La più accreditata attualmente è quella formulata da Rosch che ha osservato le api raccogliere le resine dagli alberi con le mandibole per poi elaborarle con le zampe anteriori, mediane e posteriori fino a condurle nella borsa pollinica di quest’ultimo paio di zampe. Per evitare di imbrattarsi, l’ape produce enzimi specifici e rigurgita polline, impastando il tutto in pallottole più piccole rispetto a quelle di solo polline. Sia la raccolta che le operazioni per liberarsi del carico, eseguite con l’aiuto di altre api una volta che la bottinatrice rientra nell’alveare, richiedono diverse ore di lavoro. Tra i generi vegetali più produttivi da questo punto di vista, relativamente alle nostre latitudini, vengono annoverati Populus spp, Salix spp, Betula spp, Alnus spp, Pinus spp, Abies spp, Prunus spp. [14] La teoria che ipotizza un’origine della propoli interna all’alveare è meno accreditata in quanto non è stata ancora dimostrata.


ARNIA

L’arnia è il luogo dove vive la colonia di Apis mellifera.


Nell’italiano corrente sebbene arnia sia usato anche come sinonimo di alveare, più frequentemente il termine si riferisce ad una cassetta, tipicamente di legno e costruita dall’allevatore, ove le api realizzano il proprio nido.
Le colonie di api possono giungere a contenere più di 90.000 individui ed è costituita da tre caste: l’ape regina, i fuchi e le api operaie. Le api che si incontrano normalmente sono operaie specializzate nell’attività di bottinatura e costituiscono di norma la parte più numerosa della colonia.
Un gruppo di arnie disposto da un apicoltore sul terreno viene chiamato apiario.
Cornici o telai mobili
Le api costituiscono le proprie colonie in modo molto differente rispetto agli altri insetti sociali, come i calabroni e le formiche. Per costituire un nuovo gruppo l’ape regina più vecchia abbandona l’alveare, recando con se un discreto numero di operaie e lasciando la regina più giovane a capo di ciò che resta della colonia originaria. Questo processo viene chiamato sciamatura e sciame il neogruppo di api con la vecchia regina. Da non confondere lo sciame con un gruppo di api che è possibile rinvenire all’interno di un qualunque recipiente, che chiameremo arnia rustica.


da Wikipedia

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