L’umidità nelle arnie durante l’invernamento

Del capitolo glomere ne abbiamo già parlato in precedenza e se non l’avete letto andate a leggervelo! 🙂

Dopo questa doverosa premessa affrontiamo il capitolo dell’umidità che come quello della nutrizione apre un vasto scenario apistico; in apicoltura esistono varie e diverse soluzioni per problemi comuni e questo aspetto genera delle discordanze tra apicoltori e non di rado delle diatribe sulle pratiche da adottare (un esempio che non c’entra con il caso in esame è l’unione delle famiglie: si dice di usare un foglio di giornale, ma siamo sicuri che usare del giornale con del petrolio faccia bene alle api? :-), usiamo almeno la carta con cui si avvolge il pane o cosa più semplice una bella spruzzata di acqua e zucchero! Sento già i buuu e i fischi di molti colleghi, pazienza…aggiornatevi!).

Come sappiamo l’ape è un animale che con i vari cambiamenti climatici ha resistito, fino ad ora e uomo escluso (grassetto necessario), ben 50 milioni di anni, ovvero da quando sono comparsi i primi fiori e scomparsi gli ultimi dinosauri (strane coincidenze…altro che meteorite).

dinoapi 2Sanno sicuramente cavarsela da sole le nostre principesse, ma non avevano previsto un fatto di non poco conto: l’ansia prestazionale invernale dell’apicoltore. Questo simpatico tizio che d’estate (con un caldo boia) va vestito come se la temperatura esterna fosse di tipo Plutoniana e al di sotto dello zero di almeno 273° (zero assoluto mi pare sia definito in astrofisica, e non stiamo parlando di quel gruppo in cui il cantante pare venga scuoiato mentre canta), oltre ad attanagliare le sue operaie per i più variegati motivi soffre di una malattia che: medici, dottori, psicologi, farmacisti, avvocati, dentisti, muratori e psichiatri più illustri  definiscono come “ansia invernale da apicoltore”*(*citazione necessaria). L’apicoltore si chiede cioè come cavolo stiano le api al freddo poiché, nonostante anni ed anni di esperienza, non si capacita di come un piccolo animaletto come l’ape possa resistere al freddo durante il lungo periodo invernale.

Se per l’uomo vale il detto “piedi caldi testa fredda” (ecco perchè l’uomo non ha le scarpe sulla testa ma viceversa), per le simpatiche api vale l’esatto contrario (anche perchè pare nessuno abbia mai visto un’ape con i tacchi…) e quindi anche se ci fossimo dimenticati di reinserire il cassettino antivarroa prima dell’inverno non dobbiamo disperarci poiché le api non sono mai morte di freddo, ma semmai di fame o di umidità.

Quest’ultima in verità risulta dannosa sia per l’uomo, sia in particolare per le piccole api che temono non tanto l’umidità in sé, quanto tutto ciò che essa scatena: muffe, licheni, muschi, elfi, fate, gnomi (gnomi che è noto, siano gli abitanti dei funghi…e con le api pare non ci sia un gran rapporto).

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Come fare per evitare che si creino troppi gnomi…..pardon, che si crei troppa condensa e quindi troppa umidità nelle arnie? Qui viene il bello; qualsiasi apicoltore sentirete esporre il proprio suggerimento dirà qualcosa di sicuramente diverso dall’ultimo illustre parere udito. Ciò non vuol dire che ogni apicoltore ha seguito un corso diverso dall’altro o che l’idromele prodotto è troppo alcoolico, ma vuol dire che ogni situazione apistica risulta per forza di cose diversa dall’altra.

Una tecnica idonea in un posto può non essere efficace in un altro anche se distante pochi metri, ciò perchè, come sappiamo noi apicoltori è importante anche la location e l’orientamento delle arnie.

C’è un detto che dice (riportato anche nel libro “L’arnia trasparente di A. Crivelli” su suggerimento degli elfi francesi), “dove entra la luce non entra il dottore”(che non si sa bene per quale motivo la luce in Italia sia diventata una mela, ma si sa, gli italiani….).

Sicuramente bisogna tenere le arnie e l’apiario il più esposto possibile al sole e magari perchè no usare qualche arnia trasparente! Quando questo non sia possibile bisogna evitare comunque l’effetto condensa nelle arnie; alle api del freddo frega ben poco se hanno buone scorte e se il bravo apicoltore non ha privato le sue fanciulle delle medesime.

Una tecnica, dopo accurata osservazione, è quella di scostare leggermente i vassoi antivarroa (se negli anni le api tendono a propolizzare troppo le reti sul fondo dell’arnia bisogna di tanto in tanto ripulirli), in questo modo si creerà una corrente, seppur fredda in alcuni perdiodi, ma benefica per le api e noteremo che la condensa che si formerà sul vassoio sarà minore o inesistente. Alcuni apicoltori tengono le porticine lato estivo anche durante l’inverno per ottenere questo effetto in minore proporzione (alcune arnie non hanno nemmeno il lato invernale nelle porticine in lamiera e pensate ai soliti ma poveri gnomi che vivono nei funghi!).

Altri apicoltori sono soliti collocare materiale isolante tra tetto e coprifavo, ma bisogna comunque lasciare il disco del coprifavo in una posizione che consenta l’evacuazione dell’aria umida del nido. Il fondo antivarroa inoltre è molto utile all’apicoltore per “leggere” tutti gli accadimenti della famiglia, sicchè potrà ricavare info utili con visite esterne quotidiane ed agire di conseguenza (occhio sempre alla caduta di varroa che in questi periodi, se si è agito bene in autunno, deve essere molto bassa o inesistente). Tutte queste accortezze devono essere effettuate sempre in base al luogo di ubicazione delle arnie, ad esempio coibentare troppo il “solaio” potrebbe essere controproducente in quanto le api non avvertirebbero la giusta temperatura esterna, quindi passati i freddi più rigidi sarebbe bene togliere i coibentanti e anche collocare le porticine già in posizione estiva sempre a seconda del clima e della propria location.

Ad ogni modo per il prossimo raccolto, state bene attenti durante le scampagnate e la raccolta funghi, anche se a causa dell’IMU (ora si chiamerà la nuova IUC e pare che la prossima si chiamerà CIUC dal detto “in vino veritas”) pare che molti funghi siano rimasti vuoti…e altri sfitti…

lucagnomo (1)

Luca Cosco

dinoape

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