Un’ottima annata, anzi una pessima annata

(foto tratta da google)

Un’ottima annata, anzi una pessima annata -A bad Year- si è la parodia del film del 2006, ma non è diretta da Ridley Scott né tantomeno nel cast è presente l’attore/gladiatore/contadino Russel Crowe (Rossello Corvo per gli amici) o l’atttice Abbie Cornish (peccato…) …ecc…ecc…

Il film è solo un film, invece qui la situazione reale è abbastanza negativa….

Ancora odo le voci di alcuni maghi climatici che fine inverno profetizzavano e/o “sentivano” che “questa sarebbe stata l’annata buona”… anzi! Non usavano neanche il condizionale.

Il 2017 credo che sia stata the best of  delle annate peggiori…per conferme chiedere agli apicoltori piemontesi sulla situazione dei fiori di acacia ghiacciati e poi marciti durante la più importante fioritura “dell’ottima annata”. Ma nessun problema, come ogni anno si lavora per l’anno dopo…

Di recente si è anche staccato un iceberg grande poco più della Liguria, il Larsen-C ….. non uguale alla Liguria sicuramente, ma certamente più accogliente, almeno lì non si può dire “torta di riso finita”.

Marzo 2017 è stato ingannevole, primavera anticipata, natura che si risveglia troppo presto e con essa le api…tutto fa sperare per una buona annata, anzi che dico un’ottima annata…

Poi arriva Maggio, in Liguria l’acacia fiorisce così in anticipo da anticipare quasi la fioritura dell’acacia calabrese (l’acaci’nduia) e cosa succede? Una bella gelata con i fiori belli pronti ad essere bottinati, le api si rimettono la sciarpa e riaccendono i caminetti (maggio 2017 temp. 5 °C.).

Quel poco di acacia che le povere bottinatrici avevano messo nei melari ovviamente è rimasto lì per accudire la covata ripiombata nel clima tipico delle bugie di carnevale….ma erano bugie di maggio…

Cosa si è fatto quindi? Si sono fatti dei gran nuclei, sempre per l’anno a venire e poiché nel 2017 non è mancato niente si è dovuto fare i conti pure con regine vergini che rimanevano tali (dette anche api regine di clausura) e dulcis in fundo anche fare i conti con regine fucaiole (probabilmente rimaste troppo in convento…).

Un minimo di soddisfazione è arrivata con la raccolta del castagno, ma ahimè anche qui le api sembravano quasi rallentate da una annata che in fin dei conti non è mai decollata…giusto per non farci mancare niente ora siamo a rischio siccità.

ecco qualche foto….rallegriamoci

Apirati dei Caraibi

E’ giunto il momento di solcare il mare più turbolento e tempestoso, il momento di abbordare i favi più colmi di api, il momento di andare alla ricerca del forziere prezioso che forse contiene una nuova piratessa pronta a scacciare la vecchia capitana, la quale trafitta dalle lame (ligule) delle giovani ed irrequiete sorelle sarà costretta ad abbandonare la nave (arnia) insieme ad un cospicuo numero di corsare fedeli in cerca di nuove avventure e di forzieri colmi di scintillanti mieli e pollini.

Apirate dei Caraibi, Api corsare, nel senso che ora e non oltre bisogna correre alla ricerca di (tesori) celle reali.

Nel giro di una settimana in questo periodo le cose cambiano notevolmente.

La regina piratessa -la si riconosce dalla benda sull’occhio sinistro- aumenta vertiginosamente la deposizione e anche le nascite fanno si che il numero delle api aumenti da un giorno all’altro; da un favo colmo di covata opercolata sfarfallano centinaia (quasi un migliaio) di api che, una volta nate occuperanno circa due favi. Se una settimana prima le api ci sembravano in “ripresa” la settimana dopo potrebbero essere quasi da melario. Urge annotare tutto sul diario di bordo e istruire il nostromo.

Le corsare (bottinatrici) sono sempre più intende a solcare i mari (cieli) alla ricerca di forzieri preziosi (nettare e polline).

Ora aprire un vascello (un’arnia) è un estremo piacere per gli occhi, per il naso e anche per la mente dell’apicoltore, ma non si può sgarrare poiché visitare le api ad oltre una settimana di distanza può significare che le simpatiche corsare abbiano già deciso di salpare per lidi lontani e il risultato per l’apicoltore di trovarsi con un forziere completamente vuoto.

Nel frattempo anche i vari Jack Sparrow della situazione dopo essere nati e dopo aver dongiovangironzolato fra i vari favi con la tipica aria rimbambita, cominciano il primi voli biricchini alla ricerca di qualche donzella che si possa loro concedere.

Oltre alle visite settimanali –pioggia/vento/sole non bisogna sgarrare- bisogna approfittare della presenza di tutti questi Jack per creare delle nuove famiglie e dei nuovi nuclei.

Il prossimo week end ho intenzione di creare una nuova famigliola salassando di qualche favo le famiglie più belle e con una buona linea genetica, sperando che nei quindici giorni successivi nasca una nuova piratessa pronta ad incontrarsi con qualche (decina di) Jack così da sparare migliaia di “noccioline”.

Immagine correlata

figlio di fuco a chi???

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Profumo di ciliegio nell’aria, facciamoci un ape-ritivo!

Finalmente il solstizio, equinozio o quello che è, è arrivato, le giornate si allungano, il sole ti bacia già dalle prime ore, anche andare in ufficio la mattina del lunedì ha un sapore diverso…si vabbè…, gli alberi da forme spettrali anoressiche e gotiche cominciano a pompare linfa vitale nei loro anelli fino alle prime esplosioni floreali che mandano in euforia le api e i pronubi.

La primavera rappresenta un momento  -anche senza mangiare lo snack- di vero godimento sia dal punto di vista olfattivo che visivo (nel mio caso solo visivo visto che ho il naso perennemente chiuso).

Cosa dire delle prime visite nei mesi marzo / aprile, fulcro e culmine di varietà floreale e botanica che le api riassumono e sintetizzano in simpatiche pallottole colorate collocate nelle cestelle dell’ultimo paio di zampe; bottino importantissimo per la nuove leve che sostituiranno le “vecchie” generazioni invernali. Le api sono gli unici animali al mondo che ci permettono di assaggiare una parte del nostro territorio in cui viviamo, nessun altro essere è in grado di farlo, almeno nessun essere di questo pianeta. Trovo un vero abominio la prassi di alcuni apicoltori di collocare le trappole per il polline soprattutto in questo periodo che è il più delicato per le api… poi però gli apicoltori si lamentano di avere famiglie sempre più deboli e che stentano e giù di sciroppi industriali proteici vitaminici… e altri prodotti in grado di rinforzare l’intestino, le antenne, le ali e chi più ne ha più ne metta.

Cerchiamo di trattare le api per quello che sono, animali selvatici, non sono modelle della moda di Milano.

Anche con il perenne naso chiuso il sottoscritto non può fare a meno di inebriarsi del profumo di favo di cui cominciano ad impregnarsi le arnie il cui punto massimo verrà raggiunto con la raccolta dell’acacia e del castagno in cui l’odore di nettare e polline potrà essere goduto soprattutto verso la sera quando le api ventilatici asciugheranno il nettare per privarlo dell’eccessiva umidità e trasformarlo nel denso miele che conosciamo, Basta straiarsi davanti al predellino e cominciare ad annusare e sognare.

Palline arlecchino le chiamerei: verdi, bianche, gialle, arancioni, viola, rosse, marroni, beige, nere, grigie …. una vera esplosione di colori, osservare in primavera le bottinatrici cariche del prezioso bottino proteico è veramente affascinante, chiunque ami le api potrà capire queste parole, noi pazzi staremmo ore ad osservarle davanti al predellino di volo, altro che ape-ritivi et similia.

Le visite ora cominciano ad essere più frequenti e scadenziate, l’allevamento di fuchi è partito e questo non solo è indice di forza e sanità della famiglia, ma anche che si avvicina il momento riproduttivo, il momento più temuto dagli apicoltori.

Generalmente da febbraio a maggio possono manifestarsi alcune patologie tipiche del periodo, tralasciando i casi più gravi ed insperati quindi è bene tra una visita e l’altra evitare operazioni che possano compromettere la sanità delle famiglie, una tipica regola nel caso di pareggiamento vuole che lo scambio di favi di covata avvenga solo da una famiglia forte ad una debole e non viceversa e per ovvie ragioni che si sono spiegate in precedenti post quali la riunione di famiglie o i pareggiamenti per avere famiglie omogenee. Intendiamoci, una famiglia debole o piccola può benissimo farcela senza l’intervento dell’apicoltore, ma se questi aspira ad una produzione di miele dovrà mettere in atto quelle prassi per avere delle famiglie forti, sane e produttive.

È sempre meglio avere una famiglia forte che due/tre deboli, questa è una delle massime che si possono riscontrare in molti libri di tecnica apistica. Il concetto è semplice, dare attenzioni a due/tre famiglie piccole porta via molto lavoro/tempo = pochi risultati, unendole rimarrà solo la regina più forte e produttiva e le api improvvisamente più numerose riusciranno ad accudire meglio la covata e a distribuirsi i compiti tra caste. Vi sono anche altre possibilità operative, come quella di salassare le più forti in gioia ad una debole che non andrà riunita ma semplicemente rinforzata. Ad esempio all’uscita di questo inverno ho trovato una famiglia che (non so come ma dalle api impari sempre ed è per questo che sono affascinanti) che occupava praticamente un solo favo. Non presentava patologie e probabilmente si è invernata peggio delle altre.

Ero dubbioso se riunirla o meno. Invece della riunione ho optato per il rinforzo anche perché le più forti vanno salassate costantemente, quindi private di favi di covata opercolata ed api vecchie. In questo modo si ottiene un buon risultato, si rinforzano le famiglie deboli  e si pareggiano le altre cercando di disincentivarne la febbre sciamatoria; se avessi solo salassato le forti avrei  creato dei nuclei orfani che avrebbero avuto bisogno comunque di una regina che in questo periodo dell’anno è difficile produrre (ho constatato che nella mia zona le regine hanno probabilità di successo come nascita, accoppiamento e ritorno dal volo nuziale nel periodo aprile/maggio). Ora questa famiglia –sempre con la regina originaria- si presenta su circa 4 favi e spero di portarla per l’acacia.

Buona primavera a tutti

(ndr le ultime due foto sono tratte dalla rete e non sono state realizzate dal sottoscritto)

Il megafono dell’ignoranza

Internet è un grande strumento, è  lo strumento che mi permette di scrivere e diffondere il mio pensiero in tempo rapidissimo; proprio come sto facendo ora.

Gli antichi utilizzavano il famoso nuncius (“colui che riporta per conto di un altro soggetto una dichiarazione” un po’ come si faceva alle elementari quando ti piaceva una… ) per esporre le proprie intenzioni, soggetto che molto spesso nei preludi bellici faceva una brutta fine… in genere tornava sopra il proprio cavallo con la risposta dell’altro interlocutore (la risposta molto spesso era una il corpo del nuncius senza testa…. un deciso “per me è no!”).

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Se in passato i rapporti di corrispondenza erano alquanto ….. complicati  -difficilmente un secondo nuncius sarebbe stato rinviato per trattare- oggi è diventato troppo facile esporre esteriormente quello che si prova interiormente, gli economisti direbbero che il PIL è aumentato virtualmente.

Il passaggio del pensiero mentale trascritto nel celebre “cosa cavolo stai pensando in questo momento” è diventato rapidissimo, nessun nuncius vivo o morto potrebbe competere con tale rapidità… questo ha fatto si che il mestiere del nuncius si sia via via perso nei secoli…ma se nei secoli le teste dei nuncius non si sono perse, si è forse perso il senso e/o la sostanza del messaggio da inviare.

Come dimenticare i celebri: “buona notte a tutti amici di …..”, “sono arrabbiato/a…”, etc.

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I social (che poi sono tutto tranne che sociali visto che si scrive da soli) hanno dato in mano ai nuovi Leopardi (non il felino) un megafono così forte che ormai la letteratura di fogna imperversa nella rete, nei social in particolare, dove i “pesci” -a differenza di quelli veri negli oceani- abbondano in maniera inversamente proporzionale.

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Nel mondo apistico a differenza del “Buonanotte amici di ….”  tendono ad imperversare foto di favi colmi di api con il classico seguito di complimenti al titolare (senza considerare che se le api sono sopravvissute all’inverno il merito dell’apicoltore è solo legato al fatto che ha saputo trattare (limitare) la varroa, per il resto come al solito ci hanno pensato le api le quali sono le vere artefici di loro stesse).

Le ultime genialate sono l’utilizzo di fogli (cerei) in plastica e l’utilizzo degli antibiotici.

Cominciamo dalla plastica.

Utilizzato soprattutto dagli americani il foglio in plastica riproduce, come il classico foglio cereo, migliaia di cellette esagonali che fungono da base per creare il favo vero e proprio. La genialità non finisce qui, perché tali fogli sono di diversi colori: nero o verde per i telai da nido e dulcis in fundo (miele in fondo nel ns caso) giallo per i melari (giallo per sembrare più “nature”???).

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Detto che le api tendono a costruire su detta plastica solo se costrette (per invogliare a costruire questi fogli vengono spalmati con miele o cera bollente- quindi altro lavoro) trovo che questo sistema sia una grande forzatura per le api; utile solo per “l’apicoltore”.

Già usare un foglio cereo normale è una forzatura in quanto le api non sono “libere” di scegliere come costruire il favo ma sono indotte a costruire in maniera regolare (cervello umano) un favo che nel mondo delle api (irregolare) risulterebbe di fattura notevolmente diversa (basta osservare i favi naturali di sciami selvaggi o quando le api costruiscono nelle parti vuoti dell’arnia lasciati così per dimenticanza dell’apicoltore).

Non dimentichiamo che le api seguono il loro schema e non quello dell’apicoltore il quale per ovvi motivi tende ad omologare la situazione dell’apiario e all’interno dell’arnia. Ma credo che ci sia un limite a tutto. Pochi inoltre sono a conoscenza del fatto che le celle (costruite naturalmente) delle api seguono un particolare schema “prismoide” a Y che si può osservare sul favo soprattutto quando la cera è “giovane”. Secondo molti dalla posizione della Y discenderebbe anche il carattere e l’irrequietezza delle api perché non dobbiamo dimenticare che il favo e le celle non sono solo le pareti dell’arnia (come potrebbe essere per i muri delle ns case), ma costituiscono il network delle api stesse con il quale comunicare e sul quale vivere. Molti sbandierano foto e utilizzi prodigiosi di questi fogli plasticosi …. ma quando mai uno sciame si collocherebbe in un ambiente così artificiale? Per non parlare delle arnie di plastica sulle quali non mi pronuncio.

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La seconda parte della letteratura internettiana sbandierata dai nuovi nuncii è l’utilizzo degli antibiotici. Il ragionamento sinallagmatico dei neuroni di costoro è il seguente: “se lo usano in tutti negli altri paesi  =  lo utilizz (erei)o anche io”, il tutto suffragato e giustificato dal fatto che ormai mangiamo antibiotici ovunque. Tutto questo a mio avviso rappresenta motivo ulteriore per selezionare i prodotti di cui ci nutriamo e i relativi produttori. Premesso che gli antibiotici così come gli steroidi, ormoni e/o altre porcherie dovrebbero essere vietate per qualsiasi produzione e non solo per quella apistica, trovo che questi messaggi sparati dai megafoni del web siano inquietanti e rappresentativi purtroppo della situazione in cui imperversa la società apistica attuale: ancora oggi molti apicoltori non conoscono il funzionamento degli antibiotici in apicoltura e la relativa pericolosità. Tralasciando il discorso che l’antibiotico somministrato alle api ha un decorso completamente diverso rispetto ad altri animali (l’ape è un insetto, la mucca un mammifero, ma alcuni regolamenti parlano di “pascolo per le api” quindi figuriamoci che confusione), il fatto di sbandierare/giustificare l’utilizzo degli antibiotici sta a sottolineare una profonda ignoranza e/o menefreghismo della fattispecie in esame. In ogni caso copiare una metodologia solo perché lo fanno gli altri non mi sembra foriera di una strategia vincente, lo sarebbe solo se la medesima si fosse dimostrata vincente sulla base di solide basi scientifiche/statistiche etc., ma ad oggi risulta esattamente il contrario. purtroppo nel web come nella televisione si tende ad accettare la soluzione miracolosa sbandierata qua e là, si va dall’utilizzo dell’inula viscosa contro la varroa (spero che possa funzionare) alla somministrazione di candito proteico, vitaminico, che incrementerebbe le prestazioni delle api in tal modo da essere denominate le api di Rocco….

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Ci lamentiamo sempre perché le api sono sempre più deboli,…senza renderci conto che la causa primaria siamo noi stessi. Avviciniamoci ad una apicoltura più naturale e rispettosa dell’istinto delle api, ne trarremo tutti giovamento.

Come apicoltori, quali templari di questo fantastico pronubo dovremmo limitarci al minimo indispensabile; in fondo ed in realtà  le api sono un po’ come le donne, ci danno l’illusione di decidere quando in realtà hanno già fatto tutto loro.

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Galleria “Monella”

La prima visita completa del 2017 è stata tutto sommato  positiva. Tutte le regine sono in fase di deposizione (una media di due/tre favi di covata non estesa ma rosette di medie dimensioni). Fondamentale è stato constatare che la famiglia più in difficoltà (al momento del gocciolato di un mesetto fa stazionava su un solo favo!) è anch’essa in ripresa, importa polline, la regina anche se più in ritardo rispetto alle altre ha cominciato la deposizione. Tuttavia per pareggiare un po’ la situazione generale ho preferito togliere un favo di covata opercolata dalla famiglia più forte dell’apiario e donarla a questa che comunque in questi giorni tiepidi occupa circa tre favi.

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Questo è il periodo più frenetico ed ostico. Le api vecchie che hanno superato l’inverno cominciano a deporre le ali armi e ad essere sostituite dalle nuove leve. Il consumo di miele diventa elevatissimo; quasi raddoppia. In questo frangente più che in altri periodi si possono osservare le api all’incessante ricerca di acqua e di sali minerali.

Ma questo articolo vuole essere indirizzato ad un altro aspetto legato all’apicoltura. L’anno scorso e soprattutto quest’anno se ne sono “andati” (e non ritornano più…cit. Pausini) ben 2 melari e mezzo causa farfalla della cera nome scientifico: Galleria Mellonella, per gli amici Galleria Monella (dal film di grande Tinto….) .

I melari e i favi in essi contenuti sono di fondamentale importanza per l’inizio della stagione. Avere i favi pronti per essere riempiti dalle api oltre che essere collocati nel momento giusto è di strategica importanza per una buona produzione. Considerando che le api consumano 10 Kg di miele per produrre 1 Kg di cera è chiaro come sia indispensabile curare l’aspetto dello stoccaggio dei melari nel periodo invernale.

Il sottoscritto non volendo usare prodotti chimici per la lotta alla Galleria Monella si affida al freddo e al chiaro di luna (di Beethoven o di Debussy) per conservare i melari dato che i favi che hanno contenuto solo miele non vengono “di norma” attaccati dalla Monella. Difatti se i favi hanno contenuto polline o covata prepariamoci a trovarli letteralmente disintegrati dal simpatico insetto.

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La Galleria Monella (sono testimone oculare) riesce anche a sopraffare una colonia di api quando la stessa è debole. Sul finire dell’estate è così agguerrita da rovinare perfino il legno delle arnie. Bisogna quindi prestare la massima attenzione a questo aspetto. La maggior parte degli apicoltori usano impilare i melari uno sopra l’altro in righe e colonne (esistono dei corsi di Excel per diventare pro) e accendere due dischetti di zolfo a distanza di una settimana. La prima zolfata stende le farfalline e le monelle in stadio larvale, il secondo fumento stende le forme larvali che prima erano protette dal bozzolo. Altri ancora, avendone la possibilità, li congelano.

Il ciclo della Monella è semplice. Una farfallina entra in un melario deposita svariate uova, da queste nascono le larve che creano delle gallerie nei favi; ecco perché si chiama Galleria Monella. Esiste un prodotto biologico (lo trovate sul web) che si spruzza sui favi prima dello stoccaggio, ma questi dovranno essere asciugati per evitare muffe, muschi, licheni e gnomi.

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Quindi basta, basterebbe impilare i melari e favi che hanno contenuto solo miele, tenerli arieggiati anche all’esterno per evitare il rischio della Monella.

In realtà quest’anno ho scoperto un altro elemento che può far sviluppare il “simpatico” insetto…. le api!

Quando si stivano i melari definitivamente bisogna stare attenti che non riescano ad entrare altri animali/insetti soprattutto le api.

Alcune di queste rimangono nei melari o a volte riescono ad entrare in dei pertugi (a volte i melari negli anni perdono pezzi e presentano deformazioni) poi non potendo uscire ovviamente muoiono e si accumulano in determinati punti ed è qui che entra in gioco la Monella che giustamente pensa più siamo è meglio è.

Le larve, nel mio caso, non si sono nutrite del polline o della cera contenente covata, ma delle api stesse anche se ormai morte.

In questo modo mi hanno fatto fuori due melari.

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Fortuna nella sfortuna alcune api si erano accumulate in due melari in cui erano presenti solo dei telai lignei senza cera, ma anche qui la Monella ci ha provato!

Sperando che questa mia esperienza condivisa Vi possa risultare utile.

Febbraio traditore

Non me ne vorranno coloro i quali sono sfarfallati in questo mese e quindi perdonatemi se oso proferire che il mese di febbraio non lo amo particolarmente, oltre al fatto che fin da piccolo il carnevale non mi è mai stato simpatico –già di base gli esseri umani usano delle maschere nella vita quotidiana, se ne aggiungiamo delle ulteriori il risultato sarà un po’ come quando giocavamo da piccoli mettendo gli specchi degli armadi gli uni davanti agli altri…un rebus indecifrabile se non avete fatto da piccoli a questo giochino è bene recuperare.

Febbraio dicevo… è un mese…. infimo, traditore!

Alterna giornate miti quasi estivo/primaverili per poi darti una sganasciata nelle borse melari l’indomani con temperature polari … oggi tutti al mare e domani tutti a sciare potrebbe essere il motto di questo mese.

Un periodo illusorio anche per le povere api. Nelle pareti collinose più a sud si intravedono le prime fioriture come noccioli, salici, i primi fiori di campo e di conseguenza comincia il periodo frenetico delle api. Febbraio rappresenta forse il periodo più critico per gli imenotteri poiché  rappresenta il periodo massimo del loro andamento a fisarmonica. Caldo freddo, caldo freddo comporta un movimento da parte delle api e ciò, di conseguenza, fa si che il consumo delle scorte diventi altissimo. Ho approfittato della “caldissima” giornata di ieri con temperature forse superiori a 15° C per dare una occhiata approfondita a qualche famiglia che pareva in difficoltà al momento del trattamento con “Apibioxal” avvenuto 2 settimane prima. Una famiglia in particolare si presenta su tre telai senza covata. La regina (bianca detta Biancaneve in questo periodo) era presente e si muoveva normalmente per cui non ho ancora compreso se trattasi di famiglia debole o famiglia piccola che ancora non ha espresso il suo potenziale. Nei prossimi giorni vedrò come operare e quindi se unire o meno. Se la regina (trattasi di regina biancaneve quindi giovane) non comincerà la deposizione sarò costretto ad unire il nucleo con altra famiglia piccola ovviamente dopo essermi accertato dell’assenza di patologie gravi.

In questo periodo e quindi all’uscita dell’inverno è normale avere delle perdite nei propri apiari. Diciamo che può essere accettabile una perdita del 10% degli alveari, percentuale che se applicata ad altri allevamenti sarebbe pesantissima (pensiamo alla perdita di 10 mucche su 100!). Gli apicoltori più attenti ed aggiornati sanno bene che queste stime in realtà sono per più catastrofiche e vanno bel oltre il 10 %. In alcuni casi si odono percentuali elevatissime fino al 40/50% di perdite delle colonie. Questo ovviamente per colpa sempre dell’uomo e dei vari prodotti inutili che lo stesso utilizza in ambito agricolo…senza contare 1,2,3,4,  la presenza dei nuovi nemici quali Vespa Velutina (recentemente è stato rinvenuto un nido nel Veneto) e Aethina Tumida in Calabria.

Insomma, siamo accerchiati e non pare alterato il livello di sensibilità delle istituzioni che dovrebbero tutelare questo inestimabile patrimonio naturale: l’ape italiana (e finiamola di comprare ibridi dalle caratteristiche prodigiose di marketing). Tornando alle percentuali e alla ripresa della stagione, le api a differenza di altri animali hanno una capacità incredibile nel rispondere alle problematiche e alle avversità. Le api hanno una incredibile capacità di “autorigenerazione”. Anche se paradossalmente si dovesse rimanere con una sola arnia la famiglia in essa contenuta rappresenta la base per l’apicoltore per poter rigenerare il proprio apiario. In parte la famiglia stessa nel periodo della febbre sciamatoria con la costruzione di celle reali ci da la possibilità di creare nuove famiglie, dall’altra sarà l’apicoltore una volta impratichito ad accelerare il meccanismo tramite la sciamatura “programmata” o “artificiale” (tenendo sempre a mente che le regine migliori nascono nel periodo primaverile e quando la loro creazione è stata programmata dalle api stesse). La voglia di visitare, programmare, creare sale, ma febbraio è traditore e illusorio e rimane soltanto la possibilità di controllare le api dall’esterno. Le visite interne devono essere mirate e specifiche altrimenti il rischio di “spezzare” il microclima creato dalle api è alto e potrebbe generare stress alla famiglia con tutte le conseguenze del caso (quindi finiamola di fare foto da pubblicare nei social se teniamo veramente alle nostre famiglie anche perché il merito è delle api e non dell’apicoltore).

Sicuramente è periodo migliore per eseguire gli ultimi lavoretti di fino in laboratorio (zigrinare l’armatura dei telai, aggiustare i telai, disinfettare eventualmente del materiale che riutilizzeremo, riparare le arnie, inserire fogli cerei nei telai ecc…).

E’ importante sempre osservare le api dall’esterno per capire l’attività all’interno scusate il giro di parole, ad esempio è positivo che importino del polline ma questo non è sempre indice del fatto che la regina stia deponendo. Osservare da fuori per qualche minuto è anche utile per capire la forza, il vigore e la vivacità delle famiglie per quando si faranno eventuali azioni di riunioni o pareggiamenti tipici del periodo di marzo aprile…ancora troppo lontani…purtroppo

Speriamo che febbraio e le sue maschere passino in fretta…

 

Colgo l’occasione per ringraziare la rivista Apinsieme per aver dedicato una mia foto nella copertina di…………..febbraio!

altre foto potete vederle nel sito: http://www.lucacoscophotography.com/

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Hashtag #guardaquantoègrossoilmioglomereinvernale

In passato adoravo la tecnologia, a volte trascorrevo pomeriggi o notti intere a compilare nel terminale (una finestra nera con delle scritte incomprensibili) per installare, settare, aggiustare, aggiornare ecc.

Sono comunque in parte grato a questa parte della mia vita che mi ha permesso di conoscere il software libero e di utilizzarlo a discapito dei software che rendono ancora più schiavi tutti gli altri utenti che non utilizzano software libero.

Poi in un bel giorno di primavera ho visto dalla finestra il mio primo sciame che partiva, ed ho capito che la vera vita “è la fuori” (cit. Fox Molder X-files).

L’informatica (tutta in realtà) crea davanti a noi una grande illusione, una patina binaria sui nostri occhi, ovvero quella di sembrare liberi quando in realtà essa ci rende sempre più suoi Schiavi. Crea catene subdole e invisibili : le catene mentali. Basta girarsi intorno per capire di cosa sto parlando: capi chini verso il cellulare, gruppi di persone che si riuniscono per parlare fra di loro, ma sempre esclusivamente col cellulare, non è più possibile sostenere una comunicazione normale senza interruzioni di avvisi pop up, notifiche… “scusa devo rispondere,… si un attimo la notifica……si un attimo il messaggio,….si arrivo”. L’apice delle mie esperienze negative in tal senso è stato quando sono stato invitato da una coppia di miei amici a casa loro poiché era parecchio tempo che non ci vedevamo. Bene, giunto a casa loro abbiamo passato tutto il tempo sul divano e loro che parlavano, si però parlavano fra di loro col cellulare!

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I social sono la cosa più antisocial che possa esistere. Ti danno l’illusione della vicinanza, ma ti allontanano di più in realtà. Lo dice uno che per l’appunto in passato amava la tecnologia e che poco a poco ha cominciato ad odiarla e che oggi la usa il più marginalmente possibile ad esempio per scrivere in questo spazio.

Nel presente futuro creiamo proiezioni digitali modificate del nostro io…. gente che pubblica in maniera ossessiva foto di se stessi (ovviamente ritoccatissime che se la vedi di persona sembra un suo lontano parente) o di quello che fa senza pensare al risvolto negativo. Si vedono spesso ad esempio in campo apistico questi “soggetti” che non hanno di meglio da fare che visitare una famiglia di api in inverno e quindi in pieno glomere per postare le foto sui “social” per far vedere a tutti gli “amici” le dimensioni del loro glomere.

Altri ancora, non saprei come definirli… “scienziati” o meglio “futuri premi nobel” che narrano delle incredibili proprietà dei canditi selfmade che farebbero cadere la varroa la quale fugge via al solo vedere l’apicoltore arrivare in apiario.

I millantatori ci sono sempre stati nel passato, ad esempio i famosi indovini che conoscendo qualche principio base di meteorologia riuscivano incredibilmente a prevedere che sarebbe piovuto di li a poco e da qui a venerarli come soggetti dotati di chissà quale potere… ma una volta era appunto una volta, i creduloni non erano attrezzati sia  livello conoscitivo che tecnologico per smascherare questi soggetti.

Oggi dovrebbe essere molto più facile…..dovrebbe. Invece proprio la tecnologia e i social creano ancora più ignoranza.

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La situazione oggi, come dico spesso, è come in passato, ovvero viviamo in una sorta di medioevo contemporaneo in cui ciò che è avanzata è, appunto, l’ignoranza che è diventata ignoranza tecnologica. Basta guardare i vari gruppi di apicoltura sui social. E’ sufficiente che qualcuno si inventi una “ricetta magica antivarroa” per generare un incredibile fiume di perle di saggezza e di conoscenza. Una rissa telematica che può avere i suoi risvolti negativi anche penali. Pochi sanno infatti che anche dietro una tastiera generare un insulto o una minaccia equivale alla stessa condotta descritta nel nostro codice penale e in alcuni casi si rischia anche la diffamazione a mezzo stampa quindi con l’aggravante della diffusione del mezzo pubblico; questo perché i social sono equiparati in sostanza ad un giornale cartaceo in grado di raggiungere una platea indeterminata ed indeterminabile di persone.

Scrivo questo nella speranza che non solo chi naviga stia più accorto a riconoscere i vari millantatori (anche perché il venditore di fumo sicuramente esiste perché qualcuno se lo beve e sempre esisterà), ma soprattutto stia più accorto nei pericoli che incombono dietro la tastiera, dire quello che si pensa in un social può portare a serie conseguenze e basta fare una ricerca su google per trovare numerosi esempi.

Ma il delitto più grave lo commettono quelli che aprono le arnie in inverno per fotografare quanto grosso è il loro glomere.

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Questi geni non hanno idea del danno e dell’alto livello di stress che generano in una famiglia di api. Le api non hanno certamente un boiler o una stufetta che le possa aiutare a raggiungere anche sopra i 25° al centro del glomere.

Quando la temperatura esterna è intorno lo zero come in questi giorni le api devono generare un microclima all’interno dell’arnia con un dispendio di energie non indifferente, ma vuoi mettere l’invidia degli altri apicoltori nel far vedere quant’è grosso il mio glomere in questo periodo? Vuoi mettere il far vedere che le mie api resistono anche se le apro in pieno gennaio.

Se proprio non resistiamo alla tentazione di vedere il glomere ci si può attrezzare usando delle arnie trasparenti realizzate con i dovuti criteri coibentanti.

E cosa dire ancora del #canditoammazzavarroa. Un candito in grado di stendere la varroa ancora prima che le api lo assumano? Sicuramente da provare.

 

Quando ho iniziato questa avventura pensavo che gli apicoltori fossero dotati di ben altre personalità, pensavo che chi avesse a che fare con le api dovesse avere per forza un animo diverso, un animo nobile, una mente più aperta, mi sbagliavo,….in fin dei conti gli apicoltori sono sempre e purtroppo degli #esseriumani.